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UNO SCARICO GIOCO DI “TRADIMENTI”
Marco Boccia

6 marzo 2010 No Comment

01_TRADIMENTI_260049Alla fine non è ben chiaro tutti gli applausi a chi fossero rivolti, se al trio in scena o all’uomo seduto in terza fila, che risponde al nome di Roberto Benigni. Il dubbio che si insinua è che la maggior parte del pubblico accorso al Nuovo Teatro Nuovo, per la prima napoletana di Tradimenti, di Arold Pinter, fosse lì per vedere da vicino Nicoletta Braschi con la speranza, o la certezza, che ci fosse il marito. Bene, chi era lì con queste intenzioni è stato accontentato. Chi invece si era recato al teatro per assistere allo spettacolo ed avere la possibilità di vedere in scena un testo magari solo letto, sarà rimasto molto deluso. Deluso perché il testo di Pinter è corposo e costruito in maniera inusuale, parte dalla fine per andare indietro negli anni ricostruendo la storia d’amore, i suoi odori, i suoi sapori. Il testo è una meraviglia di ingegneria drammaturgica, nulla è lasciato al caso e i dialoghi, i silenzi sono così ficcanti che sanno perfettamente condurre lo spettatore in un mondo borghese e annoiato, fatto di apparenza, dove si tradisce con la facilità con cui si porta il cane a fare la pipì, dove non si tradisce solo il proprio marito, ma anche il proprio migliore amico, fino ad arrivare all’auto tradimento. Il più classico dei triangoli amorosi che però diviene l’algida ricostruzione di un mondo e un omaggio alla memoria, alla sua struttura, perché come diceva Pinter, la memoria funziona così, a ritroso. Si resta delusi, perché alla sostanza verbale non corrisponde una sostanza recitativa, che sprofonda il pubblico in un piatto gioco di tradimenti che non porta mai a galla le sensazioni che suscita il testo. Uno spettacolo spento e monotono che vede soprattutto la protagonista femminile, incapace, per lunghi tratti, di essere credibile, mancando di quella carica di sensualità, di ironia, di doppiezza di cui il personaggio di Pinter è ricco. L’Emma della Braschi sa essere solo una “gattamorta” a tratti tenera, ma niente altro. Gli altri due attori sembrano affannarsi per sopperire alle mancanze della protagonista e forse vi riesce soprattutto Enrico Ianniello, dando al suo Jerry i lineamenti di un uomo cinico e bugiardo, egoista e sornione. I tre attori portano le battute come fossero scariche, come se fossero parole, semplici parole, svestendo il testo di quella falsità della quotidianità, di quella ipocrisia, di quella incapacità all’amore di cui Pinter voleva renderci partecipi.

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