“MISERIA E NOBILTA’”
AL VIA “MAGGIO SI TU”
di Annalisa Castellitti
Riparte con successo la terza edizione della Rassegna Teatrale organizzata dalla “Edi.S.Teatro” di Anna Sciotti e Rita Paolino e dedicata alla famiglia artistica dei Maggio. Ad aprire la gara è stato lo spettacolo “Miseria e nobiltà”, portato in scena al teatro Bolivar di Napoli dalla compagnia teatrale “Scugnizzi ‘e mò”, per la regia di Rosario Covella. Lo spettacolo, conclusosi domenica 7 febbraio, ha riscosso il consenso del pubblico, il quale ha apprezzato la volontà di recuperare una delle pièce più famose della tradizione comica napoletana. Inoltre la commedia scarpettiana, in tre atti, è stata liberamente riadattata dallo stesso regista con Giuseppe Esposito «nel tentativo di fondere il testo originale di Scarpetta con le esilaranti trovate di Totò». Tentativo ben riuscito, se si considera che nell’ultima serata si è registrato il tutto esaurito. Gli spettatori infatti sono accorsi in gran numero, accogliendo con calorosi applausi un cast di interpreti ben affiatato ed assortito, nonché capace di divertire e di divertirsi. Scritta nel 1888 da Eduardo Scarpetta e ripresa nel 1954 nell’omonima versione cinematografica diretta da Mario Mattoli, che vide tra i protagonisti Totò e Sofia Loren, la trama della commedia ruota intorno ad una “coppia” di status sociali, antitetici ma eventualmente intercambiabili tra loro: la «vera miseria» e la «falsa nobiltà». Il divertimento scaturisce, appunto, dalla rappresentazione della “finzione nella finzione”: il povero scrivano don Felice Sciosciammocca (Giuseppe Esposito) e il fotografo ambulante Pasquale (Rosario Covella), con la rispettiva moglie Concetta (Anna Gigante) e la figlia Pupella (Daniela Piccirillo), fingono di essere i parenti nobili del marchesino Eugenio (Luigi Toto) al fine di aiutare quest’ultimo, ostacolato dalla propria famiglia, a sposare Gemma (Imma Immaturo), una giovane ballerina figlia di un ex cuoco arricchito, Gaetano Semmolone (Pierfrancesco Coscia).
Apprezzabili le scenografie di Massimo Malavolta, che nel primo atto ricostruiscono il misero interno dell’abitazione di Feliciello mentre diventano armoniose negli altri due per la casa del signor Semmolone. A questi si aggiunge un terzo luogo di rappresentazione, in base all’espediente registico di utilizzare (nella scena dell’incontro tra don Felice, nella parte dello scrivano, e il cliente che non può pagare) il proscenio, a sipario chiuso, con l’arrivo degli attori dalla platea. Classica commedia degli equivoci, “Miseria e nobiltà” è riuscita anche in quest’occasione a spingere il pubblico ad un’amara e satirica riflessione su una condizione esistenziale ancora attuale: la “fame”, protagonista assoluta della storia. Il susseguirsi dei colpi di scena, che man mano svelano la doppia identità dei personaggi, rende incalzante il ritmo della messinscena, a partire dalla famosa scena dell’assalto agli spaghetti che chiude il primo atto fino all’indimenticabile battuta dell’epilogo, pronunciata da Felice Sciosciammocca: «torno nella miseria però non mi lamento, mi basta di sapere che il pubblico è contento».











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