IL MACBETH SECONDO LAVIA
Marco Boccia
Nebbioso ed inquietante, caliginoso caleidoscopio di passioni devianti e degradanti che conducono l’uomo, l’essere umano, ad una cieca e spietata pazzia. Rimorso, rancore, rabbia e passione, freddezza ed esitazione si mescolano nel Macbeth targato Gabriele Lavia che cerca, attraverso la tragedia maledetta, il Macbeth appunto, di svelare, smascherare le impudiche ed efferate brutture dell’animo umano, soggiogato, spesso, da condizionamenti esterni. Lavia cerca di portare a galla le inquietudini di un uomo, vittima di una predizione diabolica e funesta, e l’appassionato sentimento che nutre per la sua compagna, che conduce il proprio uomo ad un’insana e deragliante fame di potere. Cortocircuito di sensazioni forti, accompagnate da un impianto scenico che gioca con trasparenze e piani sovrapposti che sanno alternare la vita e la morte, il rimorso, il tormento e la fredda determinazione, portando a galla quel senso di angoscia, di ineluttabilità, che è alla base del dramma shakespeariano. Il palco è nudo, manifesto, come alcuni dei corpi che lo calpestano. Il territorio dello scontro è sgombro da ornamenti, solo uno specchio da camerino sul boccascena, ed un baule sono gli elementi fissi, elementi necessari, sostanziali per comprendere il Macbeth di Lavia, che si trasforma in un’allegoria sulla vita dell’attore che entra ed esce, in preda a mille ansie infinite inquietudini, dai suoi personaggi a volte smarrendosi. La bellezza di questo allestimento sta nella capacità di creare continui rimandi, di staccare il dramma da una connotazione temporale definita, per catapultarlo in epoche diverse, dove tra le mani di uomini in divisa tedesca, della seconda guerra mondiale, si alternano armi da fuoco e da taglio. Una messa in scena che vive di costruzioni sceniche meravigliosamente illuminate dai giochi di luce di Pietro Sperduti, che sa tenere tutte le scene in un’aurea di cupa perdizione, e di lugubre premonizione, luci smorte che sanno illuminare il percorso umano come raramente succede nel nostro teatro, coadiuvate dalle musiche tenebrose, dai suoni tormentati per vite tormentate di Giordano Corapi. Bravissimo Lavia come regista e come attore, lo è un po’ meno nel rintracciare il suo alterego, Lady Macbeth. Infatti, Giovanna Di Rauso non sempre riesce ad essere all’altezza del ruolo e del suo protagonista, scadendo spesso in una recitazione di maniera irritante e molesta, incapace di portare in superficie la folle passione e la tribolante sofferenza di Lady Macbeth.
Marco Boccia










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