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“EDIPO RE” A TEATRI DI PIETRA
Silvia Greco

3 agosto 2010 No Comment

Per il penultimo appuntamento della rassegna teatri di pietra è stato presentato lo spettacolo “Edipo Re” di Ulderico Pece, che ne ha dato una sua particolare interpretazione. Mescolando insieme momenti di umor e momenti tragici in modo magistrale, sapendo intrattenere il pubblico fino alla fine dello spettacolo. “Edipo Re” è la tragedia greca per eccellenza. Composta da Sofocle.  Ha affascinato nel corso dei secoli decine di generazioni e coinvolto parecchi studiosi su dibattiti riguardo la sua interpretazione. La tragedia narra di Edipo, che dopo aver liberato il popolo di Tebe dalla Sfinge ne diviene il sovrano sposando la regina Giocasta, che era rimasta vedova poiché il suo sposo  Laio era stato ucciso. Passano dieci anni viene invocato di nuovo il suo aiuto per placare la terribile pestilenza che opprime la città. Consultato l’oracolo di Delfi, il responso dice che la città è contaminata dall’uccisione impunita del precedente re Laio: una volta identificato e cacciato il colpevole, tornerà la serenità. Viene interpellato Creonte, fratello della regina Giocasta, moglie di Edipo. Creonte racconta che Laio venne assassinato, quando la città viveva l’incubo della Sfinge, da alcuni briganti mentre stava andando a Delfi. Il caso venne a poco a poco dimenticato e non si scoprì mai il colpevole. Viene anche chiamato al cospetto di Edipo l’indovino Tiresia, che inizialmente rifiuta di parlare per evitare altre sciagure. Costretto dal re, l’indovino lo accusa personalmente dell’omicidio di Laio, oltre che della sua vita scandalosa ed incestuosa. Edipo, infuriato, inizia così ad incriminare Tiresia e Creonte. Creonte dice di consultare lui stesso l’oracolo a Delfi, ma Giocasta lo esorta a non farlo: allo stesso Laio venne profetizzata una morte per mano del figlio, e ciò non si avverò. L’unico suo figlio, infatti, venne fatto morire appena nato, esposto sul monte Citerone. Laio venne invece ucciso da dei banditi, in un punto dove si incontrano tre strade. Edipo chiede a Giocasta di chiamare subito a Tebe il testimone dell’omicidio. Giocasta accetta ma domanda ad Edipo il motivo del suo turbamento. Edipo racconta così il suo passato come principe di Corinto, dove visse fino al giorno in cui l’oracolo di Delfi non gli profetizzò che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. Edipo racconta poi che, sulla strada tra Delfi e Tebe, incontrò un uomo ad un crocevia dove si uniscono tre strade e che, dopo un acceso dibattito, lo uccise. Se quell’uomo fosse stato proprio Laio? Se fosse proprio Edipo l’essere impuro? Giocasta lo rassicura: i racconti parlano di briganti, mentre lui era da solo. Arriva poi il pastore che conferma le paure di Edipo, è stato lui ad uccidere il re. A quel punto è un susseguirsi di tragici eventi Giocasta si impicca e Edipo con la spilla aurea della madre si infilza entrambi gli occhi, diventando cieco. Dicendo che non avrebbe potuto sopportare la vista dei suoi genitori nell’Ade una volta morto né ora quella di alcun uomo vivente. Edipo, alla fine della tragedia, è solo, esiliato dal suo popolo e in balia di una sorte avversa che da sovrano l’ha reso esule. Edipo non ha più contatti col mondo esterno: la cecità lo proietta nell’oscurità della sua dimensione interiore. Ora Edipo può scorgere all’interno di sé e la profondità della sua visione ricorda quella del cieco Tiresia. Edipo è giunto alla comprensione del suo enigma estremo, ha scoperto la tragica condizione in cui ogni uomo è collocato: un mondo in balia di forze divine che agiscono senza una logica precisa e che impediscono all’uomo di capire il senso ultimo delle sue azioni. Chi più alto si eleva tra i mortali, più basso appare agli dei: Edipo, venerato dal popolo tebano come “il migliore tra gli uomini”, scoprirà a sue spese che è, esattamente come ogni uomo, solo una pedina dello scacchiere divino. Significativo è il coro finale che, attraverso un’esortazione a Zeus, riflette sulla misera situazione di Edipo e, contemporaneamente, su quella di ogni uomo:  “ Ahi, generazioni di mortali, come pari al nulla la vostra vita io calcolo! Quale uomo, quale, riporta felicità maggiore che sembrare beato, e con quest’apparenza scomparire? Avendo a esempio la tua, la tua sorte, la tua, o misero Edipo, nessuna condizione mortale stimo felice. ” (Edipo re, quarto stasimo, versi 1186/1196). Con queste parole Ulderico chiude il suo spettacolo, di cui come i vecchi menestrelli ne ha raccontato la storia, facendo narrare dalla viva voce dei protagonisti le vicende più importanti. Giocasta era interpretata da una bravissima Maria Letizia Gorga, mentre Edipo era impersonato da Maximilian Nisi.

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