CITY ISLAND
Ovvero segreti e bugie
Giovanna D’Arbitrio
I film americani come “City Island” forse molti di noi li preferiscono agli spettacolari, costosi film di guerra o di spionaggio, poiché ci parlano di problemi della vita quotidiana, di vizi e virtù comuni a tanti esseri umani.
Il regista Raymond De Felitta, sulla scia del film “Segreti e bugie” (1996) dell’inglese Mike Leigh, ci narra con un pizzico di humour la storia un po’ “ingarbugliata” di un secondino, Vince Rizzo (Andy Garcia), e della sua stravagante famiglia. Come lo stesso Vince racconta, sull’isola le persone sono divise in due categorie: i “mangia – cozze”, cioè coloro che vengono da fuori, e i “cava – vongole”, ossia coloro che non si sono mai allontanati da quel posto, anche a costo di rinunciare ai propri sogni. E Vince, proprio come questi ultimi, è rimasto là sempre chiuso nel tran tran quotidiano dell’isola, del suo lavoro nel carcere, di una vita familiare monotona e apparentemente tranquilla.
La realtà, tuttavia, è ben diversa ed inaspettatamente viene alla luce con una serie di reazioni a catena, quando nel carcere arriva un detenuto, Tony Nardella (Steven Strait), nel quale Vince riconosce il figlio, frutto di una relazione giovanile. Gli paga pertanto la cauzione e gli offre un lavoro a casa sua. La presenza del nuovo ospite, attento osservatore, porta lo scompiglio in famiglia. Tony, infatti scopre ben presto che Vince, appassionato di cinema e teatro, finge di giocare a poker mentre invece frequenta un corso di recitazione ed ha una relazione platonica con Molly, che la figlia, Vivien, di nascosto fa la spogliarellista in un locale notturno, il figlio minore, Vinnie, ha una passione per le ragazze obese, e la moglie Joyce (Julianna Margulies), pensando di essere tradita, cerca di vendicarsi a modo suo.
La verità alla fine trionfa insieme ai buoni sentimenti, ancora vivi sotto la cenere della routine quotidiana. Malgrado il suo “happy ending” pieno di ottimismo, il film è molto realistico e cerca di metterci in guardia contro la mancanza di una vera comunicazione, dovuta spesso alla paura di parlare in famiglia di problemi, aspirazioni e profondi bisogni, nascosti con inutili bugie che separano sempre più, generando spesso drammatiche, incolmabili fratture.
“City Island” non è certo un capolavoro, ma è un buon film, gradevole, divertente, e in qualche modo esso fa anche riflettere, il che non guasta.











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