AL NAPOLI TEATRO FESTIVAL
APPRODA IL 3D
Marco Boccia
Les adieux è l’opera prima di Arianna Giorgia Bonazzi (Fandango libri 2007) ed è anche il titolo del nuovo spettacolo di Benedetto Sicca, giovane regista napoletano, andato in scena ieri al San Ferdinando. Il regista per questa trasposizione ha adottato una tecnologia in uso ormai da anni nel cinema, ma mai finora approdata al teatro, infatti, Sicca, per portare lo spettatore nel mondo della piccola protagonista, interpretata dalla brava Francesca Ciocchetti, fatto di continui e repentine associazioni mentali, ha voluto sperimentare l’uso del 3D, la stereoscopia, tecnica che dà l’illusione della terza dimensione. Le immagini, proiettate su di uno schermo, grazie all’uso di lenti polarizzate, riescono ad occupare lo spazio, dando agli spettatori l’illusione di poterle toccare. Forse a qualcuno sarà veramente venuta voglia di allungare le mani e afferrare l’immagine che aveva dinanzi al naso. Sicca prova in questo lavoro una sperimentazione capace di aprire nuove strade alla produzione teatrale italiana, spesso incapace di offrire nuovi spunti ai propri spettatori, ma saranno questi gli spunti di cui ha bisogno? Una strada complicata, però, soprattutto perché si corre il rischio che l’uso di tale tecnologia diventi pretestuoso e per nulla necessario allo sviluppo drammaturgico del testo rappresentato. Nel caso di Les adieux, le immagini stereoscopiche cercano di portare lo spettatore nell’intimità dei pensieri della bambina che racconta, attraverso un linguaggio spesso preso in prestito dal mondo degli adulti, la sua famiglia e l’epoca che vivono, gli anni ottanta. Le immagini in movimento divengono un riempitivo, una sorta di esplicitazione, di palesamento del pensiero, del mondo della piccola protagonista. Il regista pare cadere in pieno nel tranello, dando vita a delle immagini che non sempre risultano funzionali allo sviluppo della trama, spesso scollate dalla recitazione, dando l’impressione che le due tecniche, 3D e teatro, non riescano bene ad amalgamarsi, creando anziché un continuum narrativo, due porzioni di spettacolarizzazione, ottenendo un effetto straniante e poco coinvolgente. Sembra, infatti, di assistere a due spettacoli a se stanti, con una sproporzione del tutto a favore dei classici elementi della messa in scena. Lo spettacolo è sembrato molto più ben realizzato nelle parti, classiche della rappresentazione, grazie alle belle scene di Flavia di Nardo e al bel progetto luci di Marco Giusti. Probabilmente il mondo del teatro, in entrambe le sue componenti e cioè spettatori e realizzatori, ancora non sono pronti per questo salto tecnologico, di matrice cinematografica, soprattutto perché il teatro non è il cinema, per fortuna.










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