A SANREMO LA REGINA RANIA RESTITUISCE
L’INTERNAZIONALITA’ ALLA LINGUA NAPOLETANA
Gino Giammarino
Tra le polemiche che agitano normalmente il pre-festival di Sanremo forse la più discussa è stata quella relativa al pezzo presentato da Nino D’Angelo e Maria Nazionale, Jamme Jà. Iniziata tra stampa e giuria demoscopica, la querelle si è arricchita (si fa per dire) persino dellavoce autorevole del ministro Zaia (Lega Nord): ‘‘Auspico che a Sanremo ci sia una par condicio dei dialetti: mai più come quest’anno dove è stato privilegiato il napoletano“. Naturalmente, non possiamo condividere né che la lingua napoletana sia equiparata ad un semplice dialetto, né che un ministro leghista entri nel merito delle scelte artistiche di una manifestazione canora sulla base del solito razzismo strisciante. E non ci si venga a dire che siamo vittimisti perchè poi, di fatto, la canzone di D’Angelo, uniformemente definita da pubblico e critica come veramente bella, è stata misteriosamente eliminata, facendo strada a sottoprodotti usa&getta gentilmente forniti dai reality televisivi della De Filippi o della Maionchi.
Ma la verità non si può nascondere, come l’internazionalità della musica, della lingua e della cultura partenopea. E così, nell’arco di sole ventiquattro ore è stato lo stesso festival a chiedere scusa ai millenni di tradizione napolitana attraverso la richiesta della regina di Giordania Rania. Pare sia stata Lei stessa, infatti, a richiedere l’esecuzione de ‘O sole mio” - tra le più grandi testimonial della musica partenopea - ai tre piccoli grandi tenori. Con buona salute delle polemiche, della Lega Nord e delle giurie, giustizia è fatta. Più o meno come Morgan…









Certo non vorremmo equiparare la canzonetta di D’Angelo a ‘O sole mio!!!! Quì non c’entra la differenza tra lingua e dialetto ma dell’uso retorico del napoletano. Tra l’altro la canzone presentata a Sanremo dall’ex caschetto biondo sa di copia pociella, non solo dalle sue precedenti “cazoni” ma molto d vicino dalla Tarantella del Gargano, provare per credere…
Cari amici di maydaynews.it, pur ringraziandovi per l’attenzione, vorrei precisare che il mio pezzo non mette al centro della riflessione la lingua napoletana quanto il tentativo -della politica e dell’altra Italia- di mettere in un angolino al di fuori della porta la cultura meridionale. Quindi, dal Tronto alla Sicilia, compresa quella salentina (che, per inciso, adoro). Ma quello che si cerca di buttare fuori dalla porta spesso rientra dalla finestra: proprio ciò che è accaduto Sanremo dove un personaggo internazionale ha richiesto un grande classico partenopeo e non uno squallido quanto sconosciuto sottoprodotto televisivo da reality italiota. Tantomeno, “Nu’ jeans e ‘na maglietta” del D’Angelo-caschetto d’oro. E questo solo vuole sottolineare, mettendo nel meritato ridicolo quel certo snobismo antimeridionale, l’articolo di cui sopra. Se non sono stato chiaro, me ne scuso. Cordialmente,
Gino Giammarino
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