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VILLA GIANNONE: UNA “STORIA INFINITA”?
Sergio Zazzera

25 febbraio 2010 No Comment

Mediante appropriazione d’un concetto caro a Lydia Mastrantuoni, consigliere e presidente di commissione della 5^ municipalità napoletana, titolavo Mani sotto la città una mia nota, apparsa il 6 ottobre scorso su questa stessa (web-)pagina, che aveva per argomento il parcheggio interrato di largo Celebrano. Avverto la necessità di ritornare, ora, sul medesimo tema, in considerazione di quella sorta di vite senza fine, innescata dal disegno di realizzazione di ben ventitré autorimesse pertinenziali nell’ambito del quartiere Vomero, per complessivi tremila box, all’incirca; a spingermi, però, a questo ritorno è, in maniera particolare, l’idea (che, peraltro, considero assolutamente insana) di collocare uno di tali insediamenti al di sotto del giardino di villa Giannone – o Salimbene –, in via Annibale Caccavello. Sull’argomento ho ricevuto innumerevoli messaggi, tutti estremamente allarmati, da amici tutti qualificati (menziono, fra i tanti, oltre alla stessa Lydia Mastrantuoni, anche Franco Cassese, Giuliano De Cristofaro e Francesco Fabozzi, alcuni dei quali ingiustamente accusati d’essere «cantori del “nonsipuotismo”»), che sottolineano il danno ambientale che deriverebbe dalla soppressione di quel giardino.

Salimbene1Devo confessare che non conoscevo villa Giannone, che ho visto e fotografato soltanto qualche settimana fa, trovandola ricca di palme, eucalipti, magnolie e numerose altre essenze, che l’attuazione del progetto condannerebbe, in maniera inesorabile, all’eliminazione, laddove credo che sia universalmente nota la necessità di verde, che, in seno all’intera città di Napoli, è avvertita dalla collina vomerese.

A chi, poi, stesse chiedendosi perché quella villa sia nota con la suddetta denominazione, sarà il caso di ricordare che Pietro Giannone, il celebre storico d’Ischitella, ne fu proprietario, così, come lo fu di quella, oggi conosciuta come villa Visocchi, alle Due Porte, la cui napoletanissima spuntatora diede origine al toponimo. In proposito, stralcio dal parere espresso, con autorevolezza e competenza, da Riccardo Dalisi il seguente passaggio: “Dal punto di vista del decoro e dell’estetica urbana è un vero delitto distruggere un giardino, soprattutto quando esso è parte integrante di un edificio antico, e in un quartiere storicamente connotato proprio dall’estetica delle residenze con giardino come il Vomero. Non basta piantare alberelli lungo le vie congestionate dal traffico per garantire il verde: occorre preservare e curare e intensificare un’altra concezione del vivere e dell’abitare”.

Storico, dunque, oltre che ambientalistico, l’interesse che dovrebbe presiedere all’imposizione di vincolo da parte dell’autorità competente. Al riguardo, anzi, ritengo doveroso ricordare, a fronte dell’interessato “paginone”, apparso, qualche giorno fa, sulla stampa quotidiana cittadina, per contestare il provvedimento sospensivo dell’assenso amministrativo al progetto, adottato dal sindaco di Napoli, che fra i poteri della pubblica amministrazione è annoverato quello di autotutela, che consente, fra l’altro – e in maniera assolutamente legittima –, di sospendere, e perfino revocare, i propri atti, quando, sia pure con una (ri)valutazione compiuta ex post, possa, quanto meno, dubitarsi della loro legittimità (significata, nella specie, proprio dalla pluralità d’interessi pubblici sottesi dalla località che costituisce l’oggetto del progettato intervento e più sopra evidenziati).

Mi consta che la competente Soprintendenza stia predisponendo un provvedimento di vincolo dell’insediamento denominato “Villa Giannone/Salimbene”: ebbene, credo proprio che un po’ di sollecitudine non guasterebbe.

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