“POZZOROMOLO”
L.R. CARRINO CONCEDE IL BIS
Antonio Mocciola
Il primo errore da evitare quando ci si accosta ad una “opera seconda” è fare raffronti con la prima, baciata dal successo di critica e di pubblico. Spesso, è vero, ci sono furberie per rinnovare la formula magica, semplicemente ripetendola. Ma Luigi Romolo Carrino non è il tipo. E “Pozzoromolo” (ancora per Meridiano Zero) non ha debiti nei confronti di “Acqua storta” (che qui citeremo per la prima e unica volta), pur naturalmente presentando intatta la cifra dell’autore campano, riconoscibile ad ogni passo.
Se vi incuriosisce il titolo, sappiate che Pozzoromolo è una località dell’agro nolano dove l’autore sarebbe stato concepito. Detto questo, siete fuori strada se pensate che trattasi di opera autobiografica. Eppure Carrino, che si firma anche questa volta con le iniziali dei suoi nomi, L.R., parla in prima persona, in forma di diario. E parla di Gioia, nome di donna in corpo di uomo, ricoverata in un ospedale psichiatrico. Ritmo, spostamenti temporali, depistaggi narrativi. Carrino si scatena facendo esplodere il suo mondo poetica con presumibile goduria intellettuale, con quella sua scrittura carnale che nel lettore scatena domande e allo stesso tempo spinge a chiedere tregua, per riprendere fiato.
Così è “Pozzoromolo”, che con quella parola tanto amata dai recensori d’antan potremmo definire “avvincente”, nel senso letterale del termine. Pazienza se qualcuno si aspettava un bis, o se è meglio o peggio di.
“Pozzoromolo” è un’altra cosa. E vola più alto. Chi ha gli occhi per vedere se ne accorgerà.










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