LUCIO IACCARINO CERCA UN POSTO
PER IL DIVANO BIANCO
Di Emilia Ferrara
Conversazione con Titti Marrone sul libro dell’ex assegnista di ricerca all’Orientale Lucio Iaccarino: Napoli Bene; malcostumi e clientele nella capitale del Mezzogiorno. Da ex studentessa dell’Orientale mi sono ritrovata a leggere, quasi per caso questo testo, conosco già Lucio al quale gli ho rivolto alcune domande, ma non ho avuto risposta. Stavo quasi per abbandonare l’idea di scrivere su questo libro quando ho incontrato la giornalista di cultura del Mattino Titti Marronne, abbiamo conversato del libro.
Come l’ha trovato il libro di Lucio, sulla descrizione di Napoli e sulla società civile?
È un libro che s’inscrive in quello che ormai possiamo considerare un vero e proprio genere letterario, perché da qualche tempo la Napoli malmessa “è” essa stessa genere letterario. Il rischio è sempre, in casi simili, quello di cadere negli stereotipi della catastrofe (che già abbondano). “Napoli bene” è una sorta di puntata successiva a “Scuorno” di Durante e a “Napoli dei molti tradimenti” di Scotto Di Luzio. Il registro scelto è qui tra il saggistico e la narrazione romanzesca. Il succulento sottotitolo – “salotti, clienti e intellettuali” – non riesce però a trovare uno sbocco in nessuno dei due generi perché, a ben vedere, qui si descrive poco la società civile e molto si allude al mondo universitario.
Anche lei trova che c’è poco spazio per Napoli, si parla molto della Napoli dei salotti, ma anche l’autore ne fa parte. Verrebbe spontaneo dire; da quale pulpito viene la predica…come si dice. Crede che Lucio sia stato ingeneroso nei confronti dei suoi ex colleghi e maestro?
Più che essere ingeneroso verso gli ex colleghi e maestri del suo autore, il libro mi sembra scritto con qualche eccesso di risentimento: insomma, è abbastanza chiaro che l’autore aspirasse, in realtà, a far parte di quella conventicola variamente deplorata. E che l’inchiostro in cui intinge la penna è quello del rancore per non essere riuscito a entrarvi. Si poteva risolvere questo sentimento – per carità, realissimo – in un sovrappiù di ironia, qualità che a Lucio non manca davvero.
Nel libro si fanno delle denunce al baronismo, ma Lucio ha romanzato il libro, quindi a mio avviso non ha compiuto una denuncia completamente coraggiosa. Chi ci dice che non abbia inventato tutto preso dal risentimento? Tornando all’intervista, di questo libro cosa gli è piaciuto maggiormente?
Mi ha divertito la metafora del divano. Anche questa si poteva sviluppare di più: che so, raccontando vari personaggi che vi si sono seduti e facendo entrare così nel libro una più variegata società civile.
Il continuo riferimento al maestro, per non parlare del finale macabro, non le sembra eccessivo o ridondante?
Certo, il povero Percy Allum, nell’Inghilterra in cui si è rifugiato, si sarà sentito a dir poco fischiare le orecchie. In fondo, l’intero libro è l’elaborazione del lutto che Lucio deve aver vissuto quando è andato via: si è sentito abbandonato, e va bene, ma avrebbe scritto questo libro se il Professore Carismatico non fosse andato via? O non sarebbe forse diventato anche lui uno dei tanti padrini, universitari o di altro ambiente?
Penso che Allum all’epoca del pensionamento e quindi l’allontanamento anche fisico da Napoli, ha compiuto un gesto molto generoso facendo largo ai giovani, cosa che non accade spesso al giorno d’oggi. Inoltre aveva raggiunto una bellissima età, nonostante le apparenze è andato in pensione ad oltre i 70 anni.
Riguardo a Lucio, staremo a vedere, gli auguriamo di non portare troppo rancore, che fa male alla salute…come direbbe il caro Allum e ci auguriamo soprattutto che non diventi un padrino di altri ambienti…










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