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GIOVANNI BATTISTA PERGOLESI
NEL CENTENARIO DELLA NASCITA
Sergio Zazzera

20 giugno 2010 No Comment

G B.  PERGOLESI

G B. PERGOLESI

“Muor giovane colui che al cielo è caro”, asserì Menandro; e, in realtà, al cielo dovette essere particolarmente “caro” Giovanni Battista Pergolesi, genio della musica del ‘700, morto appena ventiseienne, del quale ricorre quest’anno il terzo centenario della nascita. Egli nacque, infatti, il 4 gennaio 1710, a Jesi (Ancona); il suo vero cognome era Draghi (o Drago), ma dalla cittadina d’origine della sua famiglia – Pergola, in provincia di Pesaro – gli derivò il soprannome che lo ha reso noto. Dopo i primi studi di violino e organo nella città natale, egli fu ammesso nel 1725 a proseguire la preparazione nel Conservatorio napoletano dei Poveri di Gesù Cristo, dove ebbe per maestro, fra gli altri, Francesco Durante, e dopo appena quattro anni fu nominato “capo paranza” (vale a dire, primo violino) dell’orchestra di quella istituzione. La composizione da lui presentata al saggio finale del corso, nel 1731, è l’oratorio Conversione e morte di San Guglielmo e il felice esito dell’esame gli procurò l’incarico di maestro di cappella dei principi Colonna di Stigliano. L’anno successivo fu rappresentata al Teatro San Bartolomeo la sua prima opera lirica, Salustia, su libretto d’anonimo, tratto dall’Alessandro Severo di Apostolo Zeno, cui fece seguito Lo Frate ‘nnamorato, commedia in musica in lingua napoletana, su libretto di Gennaro Antonio Federico, messa in scena al Teatro dei Fiorentini nel settembre dello stesso anno. Due mesi dopo, il giovane musicista fu nominato organista soprannumerario della Cappella Reale e il maremoto del mese successivo determinò la commissione a lui della Messa in Re maggiore, a dieci voci e due cori, destinata ai riti funebri in memoria delle vittime del tragico avvenimento. Il 28 agosto 1733, in occasione del compleanno dell’imperatrice Maria Cristina, fu rappresentato Il Prigionier superbo, dramma per musica in tre atti, il cui libretto è attribuito a Gennaro Antonio Federico, il cui successo fu dovuto essenzialmente all’esecuzione, durante gl’intervalli, de La Serva padrona, intermezzo buffo in due atti, assolutamente svincolato dai formalismi musicali dell’epoca e vicino piuttosto agli stilemi della commedia dell’arte, che incontrò, fra l’altro, il gradimento degli enciclopedisti francesi (e soprattutto di Jean Jacques Rousseau).

L’anno seguente, Pergolesi fu nominato dalla «Fedelissima Città di Napoli» maestro di Cappella sostituto, mentre il Teatro San Bartolomeo allestì il suo Adriano in Siria, dramma in musica in tre atti, su libretto di Pietro Metastasio, cui era abbinato l’intermezzo buffo Livietta e Tracollo. Nel 1735, i duchi di Maddaloni e la famiglia Colonna gli procurarono il debutto a Roma, al Teatro di Tordinona, con L’Olimpiade, dramma in tre atti, su soggetto di Pietro Metastasio; alcuni mesi prima, nella chiesa di San Lorenzo in Lucina era stata eseguita la sua Messa in Fa per sei voci e coro, nota come Missa Romana. Tuttavia, le carenze organizzative dei teatri romani e l’insorgenza di problemi di salute indussero il musicista a tornare a Napoli, dove nell’autunno fu rappresentato al Teatro Nuovo Il Flaminio, dramma in musica su libretto di Gennaro Antonio Federico, che scrisse in lingua napoletana le parti destinate ai personaggi più “popolani”. Per le nozze del suo coetaneo Raimondo de’ Sangro, Principe di San Severo, con Carlotta Gaetani dell’Aquila d’Aragona, che dovevano essere celebrate a Torremaggiore 1º dicembre 1735, fu commissionata a Pergolesi una serenata, che, però, l’aggravamento del suo stato di salute gl’impedì di portare a termine: il progredire della tubercolosi lo indusse a ritirarsi a Pozzuoli, nel convento dei Cappuccini, per beneficiare del clima più salubre del luogo e dell’assistenza medica che i frati potevano assicurargli. E proprio in questo periodo (1736) egli produsse le sue migliori composizioni di musica sacra: la Salve Regina e lo Stabat Mater per orchestra d’archi, soprano e contralto, che si vuole che sia stato ultimato il giorno stesso della sua morte, traendo argomento dall’annotazione autografa «Finis Laus Deo», che figura nell’ultima pagina dello spartito. Lo Stabat gli era stato commissionato dalla Confraternita di San Luigi di Palazzo, per sostituire quello di Alessandro Scarlatti; lo si eseguiva il Venerdì santo e tuttora l’orchestra e i solisti del Teatro San Carlo lo eseguono, nella chiesa di San Ferdinando di Palazzo. Giovanni Battista Pergolesi si spense il 17 marzo 1736, nel convento dei Cappuccini di Pozzuoli; i suoi resti furono sepolti nella fossa comune della Cattedrale di quella città.

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