“NAPOLI NOVECENTO”
Sergio Zazzera
È stato inaugurato, il 4 marzo scorso, negli ambienti delle “Carceri alte” di Castel Sant’Elmo, il museo in progress che, sotto l’etichetta Napoli Novecento, presenta la produzione delle personalità e dei movimenti artistici sviluppatisi a Napoli, fra il 1910 e il 1980, senza trascurare, peraltro, il contributo proveniente da artisti non napoletani che, in quello stesso periodo, hanno operato nella città; e particolarmente interessante si rivela la formula adottata per l’acquisizione dei materiali, che prevede la stipula di contratti di deposito o di comodato, sia con artisti, che con collezionisti, accanto alle opere già di proprietà dello Stato.
In proposito, nulla v’è da eccepire circa le presenze artistiche, tutte estremamente significative: Gatto, Gemito, Perez, Roehrssen (nella prima immagine), Tizzano, Tomai (a tacer d’altri), per la scultura; Barisani, Cangiullo, Chiancone, i Casciaro, Galante, Girosi, Notte, Ricci, i Tatafiore, Villani (sempre a tacer d’altri), per la pittura; Depero (nella seconda immagine), Greco, Marinetti (ancora a tacer d’altri), per i “contributi esterni). Tanto, viceversa, da eccepire, circa le… assenze: dai Matania, a Nino Ruju; da Giuseppe Antonello Leone, a Giovanni Ferrenti (insistentemente, a tacer d’altri), rimangono fuori dal panorama che il nuovo museo intende rappresentare tante figure, che hanno impresso, ciascuna secondo il proprio stile, un segno particolarmente incisivo nell’universo artistico napoletano. E la loro esclusione è tanto meno comprensibile – e ancor meno giustificabile –, laddove si consideri che almeno da alcuni dei suddetti artisti ho appreso ch’essi stessi avevano offerto, spontaneamente, alcune loro opere, perché figurassero in esposizione. Il tutto, senza dire che la funzione delle strutture museali dovrebb’essere quella di documentare lo svolgimento storico dei fenomeni, ai quali ciascuna d’esse è dedicata, evitando, quanto più possibile di tralasciare alcuno d’essi e, principalmente, le rispettive personalità di maggiore spicco, perché il quadro complessivo non risulti lacunoso.
Orbene, pur recependosi la qualificazione “in progress” del nuovo spazio espositivo, è da deplorare, in ogni caso, la selezione attualmente operata (peraltro, secondo criteri non palesati, né comprensibili dall’esterno), che lascerebbe quasi intravedere, in trasparenza, una classificazione quasi calcistica – secondo serie – degli artisti napoletani, resa più marcata dalla circostanza che di taluni dei presenti sono esposte fino a quattro o cinque opere. A consolazione degli assenti, semmai, potrà essere il caso, da una parte, di ricordare come Cristo stesso, con la sua indiscutibile autorevolezza, abbia affermato il principio secondo cui nessuno è profeta nella propria patria e, dall’altra, di sottolineare quanto il fatto d’essere stati lasciati fuori dalle “Carceri alte” di Sant’Elmo possa valere, se non altro, a farli sentire estremamente liberi.










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